Gianmarco Pisa, Il confine, luogo di conflitti ed attraversamenti

Quarta lezione del seminario

Margini e Confini: Cittadinanze

Centro Studi di Ateneo “Margini e Confini”,

Facoltà di Scienze della Formazione, Università Suor Orsola Benincasa, Napoli

Testimoni di guerra e nuovi confini: il caso dei Balcani

Il confine, luogo di conflitti ed attraversamenti

Gianmarco Pisa, IPRI (Istituto Italiano di Ricerca per la Pace) – Rete CCP (Corpi Civili di Pace)

 

Nello scenario, sfrangiato e caleidoscopico, dei Balcani Occidentali, il “confine”, come spettro topografico e concettuale, resta legato, indissolubilmente, alla vigenza ed alle eredità del “conflitto” etno-politico e ne alimenta propensioni e ricorsività, in termini di “attraversamenti” e “separazioni”.

 

De-limitazioni: confini e conflitti nel lavoro di pace e nello scenario balcanico

Vorrei partire da una domanda. Sapete chi è un operatore di pace, un peace-keeper? Avete mai sentito parlare di peace-keeping civile? Se avete sentito parlare di “missioni” internazionali, appunto tra virgolette, allora usiamo pure questo linguaggio giornalistico, almeno per ora, salvo poi provare a de-strutturarlo in seguito. Sotto questo profilo, l’espressione “missioni di pace” cosa vi fa venire in mente?

Risposta: Volontariato…

Risposta: Tutto quello che si sente, in genere al telegiornale, sulle missioni di pace dell’ONU la quale, quando scoppiano dei conflitti, manda il proprio “esercito” per mettere pace.

Dunque, l’operatore di pace può, apparentemente, essere tante cose ed assolvere a tante funzioni: se l’operatore di pace è un civile non armato e, in particolare, anche nonviolento – perché fa riferimento alla nonviolenza come orizzonte di riferimento e come criterio ispiratore di una condotta morale – allora non fa quasi nulla che sia riferibile alla definizione che la vostra collega ha appena dato.

L’operatore di pace è un professionista che interviene ed agisce secondo una formula “dentro e sopra” il conflitto, dove conflitto sta qui ad indicare una dinamica, un contesto storico-sociale, e sta anche a significare, più specificamente, un’area d’intervento corrispondente ad un ambiente sociale. Quindi l’operatore di pace lavora “sul” conflitto, nel senso che prova a leggerne la dinamica complessiva. Questa definizione, in effetti, detta così, significa poco: è solo una sequenza di parole e ha bisogno di una ulteriore specificazione. L’operatore di pace prova a capire quali sono gli attori in campo, quali sono le motivazioni, i bisogni, gli obiettivi, le istanze e le rivendicazioni di questi attori, e, quindi, come evolve una situazione in un determinato contesto in cui c’è violenza.

Nel suo lavoro “sul” conflitto, l’operatore di pace studia il conflitto, lo osserva, lo segue, lo registra e prova a darne un’immagine razionale, descrivendone tanto il quadro complessivo quanto una serie, possibilmente ampia, di dettagli, come si fa quando si studia, provando a concatenare i nessi di causa-effetto ed organizzando una visuale complessiva dello scenario senza, tuttavia, eccedere in indebite generalizzazioni le quali, nell’analisi del conflitto, possono essere ambivalenti o fuorvianti.

D’altra parte, l’operatore di pace lavora “nel” conflitto, nel senso che si reca fisicamente sul posto. Vi può andare nella fase in cui il conflitto è attivo, in particolare il conflitto armato e, quindi, la guerra; vi può andare quando ancora non c’è conflitto armato, quindi non c’è ancora guerra (e in questo caso si impegna allo scopo di prevenire la guerra) o non c’è più guerra (e pertanto si attiva per la ricomposizione di ciò che la guerra ha distrutto). Quindi, è possibile immaginare una serie di attività, modalità e registri d’intervento che riguardano i diversi momenti della cosiddetta escalation del conflitto.

Ogni ambito di intervento richiede un approccio diverso: non si tratta di “fare sempre le stesse cose”; anzi, spesso, anche all’interno dello stesso contesto conflittuale, quasi mai si finisce per “fare le stesse cose”. Una dinamica comune che il conflitto ha con il confine e, in particolare, il conflitto nel suo nesso con il confine – che è il tema del seminario – è quella per cui risulta ambiguo, mutevole e cangiante: tale aspetto può valere come premessa o presentazione, ma serve anche a definire i termini ed i contenuti del nesso “confine-conflitto” su cui proveremo a riflettere insieme.

Dal 2004 – 2005 siamo impegnati nei Balcani, in quei contesti che rappresentano una testimonianza vivente del conflitto dei tempi moderni (in particolare come conflitto etno-politico) e del confine come è strutturato e percepito (in particolare del confine come luogo di significati, ad esempio nella sua accezione evocativa di limes). Questi spaccati sono, con riferimento ai Balcani, il Kosovo e la Bosnia. Perché abbiamo scelto i Balcani e condivisa questa traccia con i vostri docenti?

Anzitutto, occorre una precisazione. Quando si tratta dello scenario dei Balcani, come sfondo del conflitto etno-politico del nostro tempo, ci si riferisce in particolare ai Balcani Occidentali, la cosiddetta Europa del Sud-Est, ovvero la ex Jugoslavia. I Balcani sono, per molti aspetti, una metafora del conflitto e, per altri aspetti, un paradigma del conflitto “al cubo”; questo perché vi si innestano ed intersecano tre elementi, tre dinamiche di conflitto che si mescolano e ridefiniscono simultaneamente, precipitando, talvolta tragicamente, nella violenza e nella guerra.

 

I Balcani Occidentali: l’esplosione del confine e l’immanenza del conflitto

I Balcani hanno rappresentato il contesto di una guerra di estrema drammaticità ed altrettanto decisiva per i destini dell’ordine mondiale: concretamente e simbolicamente, rappresentano il territorio in cui la dinamica, reciprocamente interagente, del conflitto e del confine è perfino esplosa. Là dove c’era un solo confine di Stato (quello della Jugoslavia Socialista) oggi ce ne sono molteplici, dentro e attraverso gli Stati, perché si contano oggi sei Paesi (le ex repubbliche jugoslave, vale a dire, da Nord a Sud, la Slovenia, la Croazia, la Serbia, la Bosnia Erzegovina, il Montenegro e la Macedonia o FYROM, denominazione ufficiale a causa della diatriba con la Grecia, Paese meridionale della Penisola Balcanica, in merito al riconoscimento del nome) e due regioni autonome all’interno di un Paese (in Serbia, a Nord la Vojvodina ed a Sud il Kosovo), delle quali ultime, l’una, la Vojovodina, gode di un regime di autonomia speciale, e l’altra, il Kosovo, si è dichiarata indipendente dopo una guerra ed un protettorato internazionale ed ha le fattezze, più o meno “ufficialmente”, di uno Stato indipendente.

Non solo “tra” ma anche “all’interno di” questi Paesi vi sono dunque dinamiche di conflitto e i casi salienti sono proprio quelli della nostra riflessione, vale a dire la Bosnia ed il Kosovo, i quali rappresentano quei luoghi che recepiscono in maniera non solo drammatica ma persino ambivalente la presenza di questi due elementi di interazione (sovente problematica e conflittuale) e di reciprocità (sempre meticcia e contraddittoria) tra il confine ed il conflitto. Inoltre, all’interno di questa dinamica, di carattere nazionale almeno nel senso che la Bosnia e il Kosovo si rappresentano come Stato, pur possedendo l’una e l’altro, ciascuna con le proprie caratteristiche e peculiarità, in maniera singolare i crismi della statualità, si moltiplicano le divisioni all’interno dei rispettivi confini, divisi come sono, al loro interno, in identità pseudo – statuali.

C’è, al contempo, un confine inter-statuale, tra Stati, ed un confine infra-statuale, dove sarebbe il caso di porre l’aggettivo stesso, “statuale”, fra virgolette, essendo il Kosovo uno Stato particolare, sia dal punto di vista formale, in termini di diritto internazionale (non godendo del riconoscimento ufficiale da parte della “comunità internazionale”) sia dal punto di vista sostanziale, in termini di organizzazione pubblica, al suo interno (cioè di composizione sociale, etnica e comunitaria, e di una dialettica, tuttora aperta e sottoposta a dibattito, tra le rispettive identità, che si manifestano come “identità frammentate”, identità comunitaria, identità etnica e, problematicamente, identità nazionale). Come se non bastasse, vi è un terzo livello, che si sviluppa attraverso veri e propri luoghi di conflitto, epicentri della dinamica di conflitto, all’interno dei gruppi e nelle aree limitrofe, in cui il confine gioca un ruolo decisivo, attraversando la vita delle comunità, al punto che non solo rappresenta un margine ma istituisce addirittura una frattura.

Ecco perché si è detto, metaforicamente, di un “conflitto al cubo”: un conflitto complesso, come tipicamente ci consegna la dinamica del conflitto etno-politico, che attraversa simultaneamente la regione, i singoli Stati e, all’interno di questi, province e, talvolta, città, in cui l’attraversamento del conflitto, che ha seguito ed accompagnato l’attraversamento di confine, altera la vita pubblica, condiziona la dinamica sociale, sconvolge gli immaginari, alimenta frammentazione e separazione, moltiplica il dolore e il trauma, su un piano di tensione che è, al tempo stesso, storico ed attuale.

 

Sarajevo e Mitrovica: semantica del confine e connotazione di “città divisa”

Sono almeno due le dimensioni, o, se si vuole, le chiavi di lettura del confine nella sua interazione con il conflitto: la prima, di tipo spaziale, incide direttamente sulla topografia dei luoghi e l’organizzazione dello spazio urbano, modificando ed alterando la configurazione territoriale ed urbanistica delle città; la seconda, di tipo semantico, interviene sulle strutture sociali e politiche, aggregando elementi di divisione e di lacerazione della vita sociale e dello spazio pubblico e sedimentando stereotipi e visioni utilizzate, spesso strumentalmente o in chiave nazionalistica, dal discorso politico ed ideologico. Detto en passant, anche questa può essere utilizzata come chiave di lettura della definizione di conflitto etno-politico e dell’interazione, a fini conflittuali, tra la dinamica etnica e il discorso pubblico.

Quanti di voi sanno che, Sarajevo, la capitale della Bosnia Erzegovina, è divisa in due? Quanti sanno che Sarajevo è divisa da un confine di fatto o “pseudo-statuale”? Ci sono due Sarajevo, realtà inimmaginabile fino al 1991, ma che, dopo la guerra del 1992 – 1995, per effetto della guerra stessa e di come questa è stata affrontata, attraversata e “risolta”, si sono sempre più distinte l’una dall’altra. Una Sarajevo simile a quella che si conosceva diffusamente anche prima della guerra, che rappresenta la città storica e monumentale, con l’agglomerato di luoghi-simbolo di memorie e di conflitti e con la sua meravigliosa città storica, la Baščaršija; ed un’“altra” Sarajevo, il cui nome è propriamente Sarajevo Orientale (Istočno Sarajevo), che è diversa per molti aspetti: la composizione urbanistica, topografica, architettonica, sociale ed etnica, con i suoi edifici moderni, i palazzi di stampo socialista, la forte prevalenza serba.

Ciascuna delle due, attraverso il “confine” che le separa, guarda ad una delle due parti in cui il “conflitto” ha diviso la Bosnia, sostanzialmente lungo la linea del fronte (di guerra) e della distinzione (delle etnie): la Federazione croato-musulmana, da un lato, e la Republika Srpska, dall’altro. Ed è proprio la dinamica etnico-politica quella cui si fa riferimento. Lo stesso riguarda un altro luogo-simbolo di questi conflitti, sia nel senso degli infiniti attraversamenti che produce, sia nel senso delle mille alterazioni che determina: la città di Mitrovica in Kosovo.

Che cosa sapete di questa città?

Risposta: al telegiornale si sente parlare molte volte di questa città.

In quale telegiornale si sente parlare molte volte di Mitrovica?

Risposta: penso il telegiornale della RAI.

In tempi recenti?

Risposta: Qualche tempo fa sicuramente.

Quando ci sono stati i conflitti armati, senza dubbio; ma dipende a quali “conflitti armati” stiamo pensando. Qui non stiamo andando troppo indietro nel tempo: se parliamo della Guerra del Kosovo, stiamo facendo riferimento, per lo meno, al periodo 1998-1999, ma se ci riferiamo ai “conflitti armati”, siamo a meno di quattro anni fa; stiamo facendo riferimento, in buona sostanza, a tutto il 2011. Non c’è stata una “guerra”, in Kosovo, nel 2011. C’è stata una lunga serie di scontri e di conflitti anche armati, che hanno fatto salire la tensione e che hanno determinato la situazione “sul campo” nella sua configurazione più attuale.

Quello del 2011 è stato un momento molto significativo e di grande impatto, ai fini della nostra narrazione sul conflitto e il confine. Perfino nella loro rappresentazione mediatica, gli scontri del 2011 hanno incorporato i due termini: è stata definita la “crisi dei valichi”. È scoppiata nel Luglio 2011 nel Kosovo del Nord e ha letteralmente aperto il “vaso di Pandora” in cui precipita il mosaico balcanico o, meglio, precipitano i cocci disastrosamente dispersi dell’unità jugoslava ridotta in frantumi dalla lunga teoria di guerre che ha sconvolto la regione. È scoppiata quando il governo dell’auto-proclamata Repubblica del Kosovo ha provato a prendere il controllo dei valichi amministrativi del Nord tra il Kosovo e la Serbia Centrale con un atto di forza, attraverso l’intervento delle forze speciali di polizia.

Se il confine è “fragile”, il conflitto è “lacerato”: una specie di mosaico scomposto a tasselli sparsi. L’atto di forza, come spesso succede in situazioni del genere, è stato anche un gesto di debolezza. La sequenza degli eventi ci dice molto di un conflitto a molti attori su un confine non riconosciuto: le unità speciali di polizia tentano il blitz, con il supporto degli elicotteri della missione della NATO, i Serbi del Kosovo reagiscono duramente e fanno “boicottaggio” e “non-collaborazione”, con il blocco delle strade e le barricate erette in diversi punti di transito, le manifestazioni, talvolta armate, e, alla fine, l’imposizione dello status quo, con le forze della NATO (la missione militare KFOR) e della UE (la missione civile EULEX) che prendono il controllo dei valichi (Jarinije e Brnjack).

Da allora, in un andirivieni di conflitti e tensioni, compaiono le barricare sul ponte di Mitrovica. Mitrovica, in Kosovo, è la città divisa per eccellenza: c’è un confine “di fatto”, che è un confine incredibile. Sapete qual è il confine tra le “due” Mitrovica, anche queste etnicamente connotate? Il confine è un ponte. Ma a che serve un ponte? Vi invito a riflettere sull’immaginario che il ponte e il muro finiscono per evocare. Si tratta di un immaginario simbolico – catastroficamente concreto – soprattutto se sul confine si innestano le dinamiche del conflitto, per la ricorsività e l’iconografia che evocano, in zone di conflitto, luoghi fisici che possono diventare luoghi della separazione, come un ponte (succede anche in Bosnia) o un muro (succede, molto frequentemente, dalla Palestina al Sahara Occidentale, dal confine tra Stati Uniti e Messico alla città di Belfast, variamente murata da qualcosa come novantanove muri tra cui quello, perfino “leggendario”, che separa la cattolica Falls Road dalla protestante Shankill Road).

E allora, a che serve un ponte? Almeno dall’Impero Romano in poi, un ponte serve a congiungere, a unire due sponde lontane, a mettere in comunicazione parti diverse che, altrimenti, non entrerebbero in relazione tra di loro. Qui, non solo un ponte, paradossalmente, interviene a dividere e a separare, ma, a Mitrovica, ve ne sono addirittura tre e quello cui si fa normalmente riferimento è il Ponte Centrale (Main Bridge) che è diventato “il confine” di fatto, non solo tra le due parti della città (Mitrovica Nord e Mitrovica Sud o, come sarebbe preferibile dire, tra la parte Nord e la parte Sud di Mitrovica) ma anche tra le due parti del Kosovo (il Nord a larga maggioranza serba, abitato dai Serbi del Kosovo, ed il Kosovo centrale, a larga maggioranza, salvo le enclavi etniche serbe e la diffusa presenza Rom, albanese, abitato dagli Albanesi kosovari). In questo luogo, ciò che per eccellenza serviva per unire, è divento il simbolo della divisione, della separazione e, appunto, del confine.

 

Letture del simbolico: aspetto locativo ed aspetto figurale del confine nel conflitto

Recandomi in Kosovo varie volte per diverse attività, le ultime legate all’impegno per i Corpi Civili di Pace locali, tra l’altro sostenuto dalla Città di Napoli, e per un progetto in corso, dal titolo PULSAR, sostenuto dalla Tavola Valdese e dedicato alle memorie collettive e ai vettori di condivisione tra le culture locali, ci si rende conto che, fino al momento in cui non vedi, non riesci a comprendere adeguatamente i fatti: quale sia la dinamica che si verifica, quali siano le storie e le narrazioni che viaggiano all’interno di questi contesti, quali siano le contraddizioni e i paradossi che la dinamica di interazione tra “conflitto” e “confine” inevitabilmente consegna. Vorrei qui affrontare un aspetto, in particolare, che è quello urbanistico-topografico, cioè come, a partire da città, anche presenti in Italia, il confine segni un luogo, alteri e modifichi, strutturi e destrutturi una città.

Chi di voi è mai stato a Gorizia? Gorizia è, per eccellenza, città di confine. Anche Gorizia, come altre città di confine, è una città divisa. Anche qui ci sono due Gorizia: c’è la Gorizia “italiana”, nel senso che ricade da questa parte del confine statale e, quindi, del territorio sovrano, e c’è Nova Gorica, che si affaccia nell’altra parte, che è Slovenia, dove il confine di città (che è anche confine di Stato) è segnato da una piazza, con una rosa dei venti al centro, luogo, in questo caso, molto più di transito che non di lontananza, almeno dalla cerimonia, dal forte impatto simbolico ed emotivo, con la quale Romano Prodi, all’epoca Presidente della Commissione Europea, salutò nel 2004, proprio su quella piazza, l’ingresso della Slovenia, con altri nove Paesi, soprattutto dell’Est, nell’Unione Europea.

Anche questa è una città divisa per ragioni di guerra e che oggi vive in un contesto di pace o, come sarebbe più corretto dire, di “pace negativa”, nel senso della assenza di conflitto armato fra Paesi che hanno rapporti bilaterali in un contesto (statuale o regionale) in cui condividono elementi scambio, di comunicazione e, addirittura, di integrazione. Il sindaco di Nova Gorica, Mirko Brulc, all’epoca dell’allargamento europeo e dell’ingresso sloveno, rilasciò una dichiarazione, peraltro significativa, ai fini della nostra riflessione: «Gorizia e Nova Gorica resteranno sempre due città distinte, due entità amministrative separate, l’una in Italia, l’altra in Slovenia, ma continueremo la nostra collaborazione, che era forte già ai tempi della Jugoslavia. Ora, con l’ingresso nella UE, non ci sarà più “il confine” e potremo costruire insieme la vita in questa area: gli abitanti tutti – di qua e di là del confine – sentiranno che siamo un popolo ricco di cultura».

Un progetto di qualche anno fa («Conflict in Cities and the Contested States») di alcuni architetti e ricercatori sulle “città divise” (soprattutto, ma non solo, in Europa) ha potuto mettere in evidenza come ci siano tanti elementi che distinguono o che accomunano le città, là dove, in queste ultime, si produce una dinamica di integrazione e di separazione di tipo “pendolare”, attorno ad un confine e da un lato all’altro del confine. Non a caso, quel progetto, dedicato alla vita urbana e agli spazi urbani, ha posto i riflettori su città-simbolo come Belfast, Gerusalemme, Berlino, Beirut, Mostar, Nicosia (a Cipro), Tripoli (in Libano) e Vukovar (in Croazia). L’Europa, che in questo momento è il continente di “pace negativa” per eccellenza, almeno nell’immaginario collettivo, è in realtà una terra di infiniti luoghi di divisione, di confini e di conflitti: i Paesi Baschi, Cipro, i Balcani, oggi l’Ucraina e la Crimea, l’Ulster e la Catalogna; le città di Sarajevo, Mitrovica, Nicosia, e tanti altri contesti del genere.

Se l’aspetto “locativo” è importante, non meno decisivo, in contesti di divisione e di conflittualità, è quello “simbolico”. Mitrovica, simbolicamente, non rappresenta in sé “il conflitto del Kosovo” ma ha finito per incorporare questa dimensione simbolica in relazione al fatto che la particolare composizione etnica presente ha fatto sì che il conflitto vi si sviluppasse in una certa maniera, secondo una certa dinamica e con una certa scansione. Mitrovica, in effetti, non era altro che una storica città industriale e mineraria; ospitava una volta un kombinat, un grosso complesso industriale integrato di epoca e di impostazione socialista; e quel complesso c’è ancora, si chiama Trepča, molto ridimensionato, e finito anch’esso nel gorgo del conflitto e delle rivendicazioni contrapposte tra le due sponde dell’Ibar.

Ora, leggere Mitrovica come “il simbolo del conflitto” consegna una certa idea della città; leggere Mitrovica come “città industriale”, mineraria e operaia, consegna un’immagine completamente diversa della città stessa, in cui in ciascuna di queste topografie consolida e sedimenta aspetti e stratificazioni diverse. C’è poi un confine che rappresenta le divisioni e le interazioni che si verificano e che incorporano una dinamica di carattere sociale e politico. Tornando a Gorizia, perché si parla così tanto del “confine orientale” in Italia? Il confine orientale dell’Italia è stato un confine di guerra; è stato territorio di confine, fronte di guerra, territorio di pulizia etnica in epoca fascista, di italianizzazione e di slavofobia; un nodo diplomatico, con la questione delle terre libere e poi delle zone A e B di Trieste, al punto che non c’è oggi una città in Italia che non abbia una via, una viale o una piazza intitolata a «Trento e Trieste». Questi sono stati territori di confine per eccellenza nell’immaginario di ampia parte della nostra tradizione storico-politica; anzi, finirono con l’essere così importanti perché, dopo il Congresso di Berlino e, soprattutto, prima e dopo la I Guerra Mondiale, si consolidò il mito di ri-guadagnare le terre irredente, espressione, se ci si pensa, drammatica, terribile, grondante di significati.

Cosa vuol dire che qualcosa è “irredento”?

Risposta: La redenzione è un processo che fa risuscitare, un processo di salvezza; quindi, se una cosa è irredenta, vuol dire che sta rinascendo o deve rinascere.

L’aspetto terrificante è l’idea di fondo, per cui quelle terre non sono redente cioè le si deve redimere e riconquistare ad una missione storica superiore. Vuol dire che c’è un’idea di bene, incorporata da qualche parte, che ha il compito di redimere qualcosa o qualcuno perché non è salvo se resta in quella condizione di inferiorità. Questo “mito negativo” non nasce con il fascismo, ma è qualcosa che sta dentro l’immaginario collettivo, non solo italiano, ma molto coltivato proprio da una certa retorica nazionale e nazionalista italiana. Il mito della terra irredenta è un mito che attraversa molto spesso i confini, soprattutto se sul confine si esercita la pratica del conflitto e l’ideologia dello Stato Nazione. Questo aspetto diventa molto evidente quanto il conflitto etno-politico si alimenta anche di motivi di carattere religioso, come ad esempio in Palestina o, per tornare al nostro caso, al Kosovo, che è, al tempo stesso, il cemento della tradizione comunitaria albanese e la culla della spiritualità nazionale serba. Stati e Chiese, poteri formali e costituiti, fanno così del confine un luogo di tensione, come si vede ovunque ci sia una dinamica di separazione prima ancora che di conflitto armato e di guerra.

 

Luoghi del conflitto e destrutturazione del confine

Come nel conflitto etnico, politico e religioso si attraversano le matrici di mille distinzioni e separazioni, così, recandosi fisicamente in questi luoghi, in Bosnia e, in particolare, in Kosovo, si percepisce che si attraversano mille cose: attraversi fisicamente quel ponte che separa, pur essendo uno strumento che avrebbe dovuto unire, e quindi attraversi un confine; ma attraversi anche i volti delle persone che restano separate, da un lato e dall’altro del confine, e, quindi, tutti i sentimenti e le motivazioni che stanno alla base della scelta di attraversare o non attraversare quel “confine”.

È un “confine” tra virgolette: dipende da chi lo attraversa. Vorrei de-strutturare l’idea di confine come qualcosa di stabile, fisso e permanente, perché il confine è una proiezione dei rapporti sociali nel modo in cui si determinano in un dato contesto. In altre parole, un confine deve servire a qualcosa perché c’è qualcuno che ha deciso che serva a qualcosa. Perciò, può essere fatto come si vuole: un confine può essere questo microfono che si interpone fra noi creando una situazione di separazione tra me che sto parlando e voi che non state parlando; un confine, nella città di Mitrovica, può essere, al tempo stesso, il ponte sull’Ibar, il fiume Ibar stesso che attraversa la città, o le barricate che più recentemente sono state erette sul ponte, per impedire “fisicamente” l’attraversamento e il passaggio.

Il confine, al tempo stesso, esiste e non esiste: si tratta di un luogo in cui ti puoi imbattere oggi e poi magari non imbatterti più, perché segue la dinamica di relazione che si dà in un luogo specifico. Il confine è, già di per sé, immagine di conflitto, ma non di guerra. Fino al Luglio 2011 non c’era un confine fisico sul ponte a Mitrovica, ma tutti sapevano che il ponte rappresentava un confine e, di conseguenza, nessuno, da una parte all’altra, attraversava quel ponte (confine). È questo il punto: il confine era (è) in quella parentesi, nella testa delle persone, perché su quel ponte non c’era alcuna barriera fisica. Solo dopo il Luglio 2011 i Serbi del Nord sono arrivati con i bulldozer, carichi di terra e materiali di risulta, per costruire, di fatto, un muro vero. Quel “muro” non è un confine di Stato ma una barriera: là dove non c’è un confine, c’è una barriera; la dove non c’è una distanza, si è voluta creare una separazione.

Questa dimensione “locativa” è, al tempo stesso, reale e figurale. Mitrovica è una città divisa in due perché si trova esattamente a cavallo tra la parte del Nord abitata dai Serbi e il resto della regione a larga maggioranza albanese. Mitrovica diventa l’epicentro della tensione perché vi precipitano e vi si condensano tutte le contraddizioni del Kosovo, che è un grande mosaico culturale ed un grande patchwork etnico, in cui l’identità etnica non è uguale all’identità comunitaria e ancor più problematica diventa la relazione tra l’identità etnica e l’identità nazionale, su cui, non a caso, vi è grande dibattito, a livello intellettuale, nella regione. La guerra del 1999 ha ovviamente fatto esplodere le contraddizioni e il Kosovo ha iniziato a sedimentare tutte le separazioni e le divisioni che erano presenti e che erano state alimentate dalle propagande.

La dimensione “locativa” appartiene anche alla mutevolezza del confine: nel momento in cui non c’era bisogno di segnalare che la città era divisa e le due parti separate, nessuno aveva pensato a realizzarlo concretamente attraverso l’imposizione di una barriera fisica. Dopo gli scontri del 2011, la barriera è stata costruita e il confine è diventato “più” fisso. Perfino le forze militari internazionali che presidiano, per ragioni di “sicurezza”, il ponte, non toccano, anzi, non si avvicinano nemmeno, a quella barriera, perché, se lo facessero, provocherebbero un tumulto, si accenderebbero i risentimenti (e le paure), il senso di minaccia e la violazione dello spazio indurrebbero i Serbi a mobilitarsi, si violerebbe una fragilità di fatto nell’equilibrio – per così dire – di contesto e si verrebbe a verificare concretamente quel presupposto sottaciuto in un gigantesco “non detto”. Il confine, nel conflitto, è anche questo: determina ciò che si può dire e ciò che non si può dire, presupposti e condizionamenti, istanze e paure, di vario genere, che restano a formare, appunto, un “non detto” gigantesco.

Sebbene finora si sia parlato, quasi esclusivamente del Main Bridge, i ponti a Mitrovica sono tre: uno principale e due laterali, oggi tutti e tre barricati, un lavoro preciso e sistematico, che impedisce il passaggio. Appunto: questo confine impedisce realmente il passaggio? No. Esso è talmente materiale da diventare immateriale; così insistentemente concreto da diventare perfino immaginario. Ogni volta che vado in Kosovo, arrivo da Belgrado a Mitrovica in autobus, poi prendo un altro autobus locale (a Mitrovica Sud) e arrivo a Priština. Devo attraversare il ponte. Come fare? Prendo su il mio trolley e attraverso il ponte là dove la barricata non arriva, ovvero là dove il marciapiede è sgombro, e quello torna ad essere un ponte che serve ad essere attraversato. Perché non succede niente? La risposta è banalmente catastrofica: perché non sono kosovaro e porto con me, insieme, il privilegio ed il limite dell’alterità, “posso”, in certa misura ed entro certi limiti, ciò che non è consentito a chi appartiene a quel mondo, e sono uno straniero, parlo un’altra lingua e, insieme con questa, un’altra modalità di approccio e di relazione.

La domanda, in Kosovo, è meno imbarazzante di quanto si creda: «Tu attraversi mai il ponte?» Lo chiediamo a tutti, ai Serbi del Kosovo ed agli Albanesi kosovari. Intanto, come si vede, si utilizzano, per le designazioni, due denominazioni non simmetriche: sembra tutto elementare ma non lo è affatto. La designazione “serbo-kosovaro” può provocare una reazione. Se si vuole, è una sorta di dilemma culturale: da una parte, possono risentirsi perché non sono “kosovari serbi”; il luogo di identificazione non è il Kosovo ma la Serbia e, in quanto Serbi che abitano il Kosovo, sono Serbi del Kosovo ed è così che preferiscono essere chiamati. Il Kosovo istituisce anche una sorta di “confine immaginario” tra il dentro e il fuori: è la loro terra, ma non la loro patria; o, detto diversamente, una “madrepatria” elettiva ma non sostanziale. La mitologia nazionale in Serbia torna sempre al Kosovo, sul quale precipitano dunque, contemporaneamente, elementi di identificazione e di distinzione, e la dialettica tra “Serbi del Kosovo” e “serbo-kosovari” finisce quasi per affermare e negare, in situazioni e contesti diversi, dialetticamente, lo stesso presupposto.

 

Confine come lacerazione: i mille frammenti di un mosaico distorto

Il conflitto – e il perdurante conflitto nel Kosovo, cui facciamo riferimento, ne è evidente testimonianza – non è solo il conflitto degli Stati, degli eserciti e delle istituzioni; è anche il conflitto delle persone: non delle persone singole che, mosse da vendette epiche o odi atavici (come pure troppo spesso si continua a credere), prendono le armi e si scagliano le une contro le altre; è, semmai, il conflitto delle persone in quanto movimento di gruppi umani, forze sociali, spinte da ragioni e interessi, economici o politici, accesi dalla propaganda nazionalista o dal fondamentalismo religioso, che abitano molto più i piani delle oligarchie che i sentimenti delle persone.

Se guardiamo al caso della Bosnia, tutto ciò risulta evidente. Per di più, la Bosnia è sempre costretta a fare i conti, nel suo presente, con il suo passato. L’anno 2014 è un condensato di memorie e di ricorrenze per la Bosnia, perché cento anni fa la Prima Guerra Mondiale trovò proprio a Sarajevo la sua circostanza occasionale (l’assassinio dell’erede al trono asburgico Franz Ferdinand ad opera di un giovane irredentista, serbo-bosniaco, della “Giovane Bosnia”, di nome Gavrilo Princip) e venti anni fa la Bosnia era funestata dalla guerra e Sarajevo sotto il più lungo assedio della storia contemporanea (1450 giorni e quattro inverni consecutivi tra il 1992 e il 1995). Questo passato precipita ancora nel presente: la commemorazione di pace del centenario di guerra sta alimentando divisioni e risentimento, da un lato all’altro della Drina; la ricorrenza del ventennale sta riaccendendo dibattito e confronto sulla guerra, la sua “pacificazione” e le sue conseguenze.

Come ha detto Alexander Langer, pacifista e nonviolento, uno degli ispiratori del movimento europeo per i Corpi Civili di Pace, proprio per queste ragioni «l’Europa è nata e morta a Sarajevo». Non a caso, si tratta dello stesso Alexander Langer che diede, dell’operatore di pace, la definizione più pregnante, che ancora tanto ha a che vedere con la vicenda del confine e l’immaginario della ricomposizione: «costruttore di ponti, saltatore di muri e valicatore di frontiere». Dopo il conflitto etno-politico e il lungo assedio, oggi è sufficiente guardare una cartina della Bosnia Erzegovina, con le sue due entità pseudo-statuali, di fatto separate, da un lato Bosgnacchi e Croati nella Federazione croato-musulmana, a sua volta divisa per cantoni e municipi, dall’altro i Serbi, nella Republika Srpska, lungo la linea di demarcazione (di confine) di quello che era il fronte (di guerra), per rendersi conto della catastrofe prodotta dalla guerra e della inconsistenza della “pacificazione” concepita a Dayton (1995).

Anche in Kosovo, i recenti “accordi di pacificazione” (19 Aprile 2013), che pure sembrano promettenti per il futuro, non sono immuni da contraddizioni: da una parte, riconoscono l’auto-determinazione dei Serbi del Kosovo (nella «Unione dei Comuni Serbi del Kosovo») all’interno dei “confini” regionali e, dall’altra, aprono la strada all’adesione europea del Kosovo, senza tuttavia imporne un riconoscimento internazionale come “Stato”, che al 2014 ha ricevuto poco più di cento riconoscimenti internazionali ufficiali, peraltro quasi tutti concentrati nella sfera euro-atlantica e tra i Paesi a maggioranza islamica. È bene dunque tenere presente non solo un discorso di “pacificazione” ma soprattutto un discorso di “ricomposizione” e, in prospettiva, di “riconciliazione”. A Mitrovica, in particolare, il discorso della riconciliazione, della re-umanizzazione e del dialogo non è assente e si svolge soprattutto nelle aree miste delle Tre Torri (Three Towers) e Kodra Minatorëve o Mikronaseljie (a Nord) e a Bosnjačka Mahala, che sono i luoghi di più forte incidenza inter-comunitaria e pluri-etnica.

Domanda: Perché i Serbi del Kosovo restano in Kosovo se si sentono “Serbi”?

Per questa domanda ci sono diversi livelli di risposta. Il primo, e più elementare, è che quei luoghi sono la loro casa. È impossibile sfuggire al modello di cultura in cui ci stiamo proiettando. In questi contesti e, più complessivamente, nei Balcani Occidentali, c’è una forte connotazione di famiglia patriarcale, la casa è importante per il radicamento della famiglia, il senso dell’onore è molto forte e la dignità personale e la parola data sono tenute, da sempre, in alta considerazione; l’ospitalità è un valore fondamentale e l’ospite è sacro. Al punto che, come dice il Kanun, il codice tradizionale albanese: «La casa è di Dio e dell’Ospite». Questa è la “mia” terra, è la terra dei miei padri ed avi.

Viceversa, perché i Serbi non vadano in Kosovo è facilmente spiegabile, visto che ci sono due check-point, da una parte e dall’altra del confine amministrativo tra la Serbia Centrale e il Kosovo Nord. Anche in questo caso, la “cura della designazione” è importante. Non si tratta di un vero e proprio “confine”, né tanto meno di un “confine di Stato”. Uno dei temi del “conflitto diplomatico”, all’interno del tavolo di mediazione, facilitato dalla Unione Europea, tra il governo serbo e l’auto-governo kosovaro, riguarda proprio la gestione del transito, lungo quello che per il Kosovo è un “confine di stato” a tutti gli effetti, mentre per la Serbia è una “linea di transito amministrativa”.

 

Limes: incorporazione della dialettica tra sé ed altro-da-sé

Vorrei concludere su questo tema, che rimanda a quello della casa, dell’accoglienza e dell’ospitalità: il confine come luogo di demarcazione dentro/fuori e come istanza di incorporazione della dialettica tra il sé e l’altro. Gli scorsi 26-27 Marzo, l’Università di Trento, con la sua Scuola di Studi Internazionali, ha tenuto un seminario con un titolo sorprendente: «The Europeanization of the Western Balkans». Facciamo caso alla traduzione: «Europeizzazione dei Balcani Occidentali». Dunque: “europeizzare” i Balcani, “europeizzare” Paesi come la Bosnia, la Serbia, magari la Macedonia e l’Albania, e perché no, allora, la Croazia e finanche la Slovenia?

Qui si evidenzia plasticamente il problema dell’immaginario, dei Balcani, dell’Est che ci trasciniamo così profondamente dentro di noi, al punto da farci dire che i Balcani non sono Europa e vanno “europeizzati” per farli diventare Europa, sulla stessa falsariga, peraltro, della retorica irredentistica, per cui queste terre sono irredente e vanno “salvate”, “redente”, guadagnate alla missione storica, magari “civilizzatrice”, dell’Unione Europea.

Il tema del confine (e del conflitto) e dell’altro (e delle differenze) pone inevitabilmente la questione di un “decentramento” emotivo e cognitivo: nei contesti di conflitto, soprattutto nei tanti Sud del mondo, devo essere sempre attentamente consapevole del fatto che sono italiano, “occidentale”, bianco, maschio, percepito come cristiano, ed in qualche modo sono, in termini estensivi, “il bianco”. Presso i popoli di pelle nera, io sono il “bianco”, nei Paesi che hanno subito il colonialismo, io sono il “colonialista”. Non serve ribattere che “non sono stato io” o “non c’ero” perché quello è l’immaginario o, per lo meno, lo sfondo, sul quale sono collocato.

Non bisogna dimenticare che, presso gli immaginari dei “popoli ex coloniali”, il maschio occidentale è il colonialista. Bisogna tenere in conto che portiamo con noi tale dicitura, tale etichetta, tale marchio, e non bisogna mai dimenticare, a livello consapevole, tale definizione. È una pratica di empatia, al di là del banale politicamente corretto, che può consentire di aprire spazi di comunicazione e di fiducia, senza i quali – è proprio il caso di dirlo – ogni relazione diventa povera ed ogni attraversamento, in particolare di confini e conflitti, diventa vano.

 

Riferimenti

In merito alle operazioni civili, non armate e nonviolente, di peace-keeping, si vedano, in particolare:

CISSC – Centro Interuniversitario di Studi sul Servizio Civile, Ricognizione delle esperienze più significative in materia di difesa civile non armata e nonviolenta in ambito nazionale, europeo e inter-nazionale, Pisa, 2008: www.cissc.eu/attachments/File/pubblicazioni/Ricognizione_delle_esperienze_pi___ significative_in_materia_di_difesa_civile_non_armata_e_nonviolenta_in_ambito_nazionale__europeo_e_internazionale.pdf

CSDC – Centro Studi Difesa Civile, La pace preventiva: la centralità della prevenzione per arginare il terrorismo, i conflitti violenti e le crisi umanitarie,Roma,2006: www.pacedifesa.org/public/documents/Quaderni_Csdc_n.0_giugno.06.pdf

F. Tullio (a cura di), Le Organizzazioni Non Governative e la trasformazione dei conflitti. Le operazioni di pace nelle crisi internazionali. Analisi, esperienze, prospettive, Roma, 2002: www.pacedifesa.org/public/documents/indice_e_sintesi_libro_ricerca_mae.doc

 

In merito al lavoro di ricomposizione e di riconciliazione in contesti di conflitto, si vedano, tra gli altri:

D. Francis, Culture, Power Asymmetries and Gender in Conflict Transformation, in Austin A., Fischer M., Ropers N. (eds.): Transforming Ethnopolitical Conflict: The Berghof Handbook, Wiesbaden, 2004: www.c-r.org/sites/c-r.org/files/newsletter17.pdf

J. Galtung,Uscire dal circolo vizioso tra terrorismo e terrorismo di stato, Oslo, 2005: peacelink.it/gdp/a/12275.html

A. Langer, Tentativo di decalogo per la convivenza inter-etnica, Trento, 1994: alexanderlanger.org/it/ 32/104

 

In merito al conflitto e al post-conflitto nei Balcani e, in particolare, in Bosnia e Kosovo, si vedano:

R. Campbell, National Deconstruction: Violence, Identity, and Justice in Bosnia, in Satterwhite J. H., The Slavic and East European Journal, Vol. 43, No. 3, 1999: www.jstor.org/stable/309896

S. Cirić,Mediterraneo: un continuum tra passato e futuro, Napoli, 2013: www.cnj.it/documentazione/interventi/BobaCiric2013.pdf

G. Pisa, Latitudini dell’Immaginario: Memorie e Conflitti tra la Jugoslavia e il Kosovo, Napoli, 2013: firstlinepress.org/latitudini-dellimmaginario-memorie-e-conflitti-tra-la-jugoslavia-e-il-kosovo-il-nuovo-ebook-di-flp

 

Indice

De-limitazioni: confini e conflitti nel lavoro di pace e nello scenario balcanico

I Balcani Occidentali: l’esplosione del confine e l’immanenza del conflitto

Sarajevo e Mitrovica: semantica del confine e connotazione di “città divisa”

Letture del simbolico: aspetto locativo ed aspetto figurale del confine nel conflitto

Luoghi del conflitto e destrutturazione del confine

Confine come lacerazione: i mille frammenti di un mosaico distorto

Limes: incorporazione della dialettica tra sé ed altro-da-sé

Riferimenti

Indice

 

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3 Pensieri su &Idquo;Gianmarco Pisa, Il confine, luogo di conflitti ed attraversamenti

  1. dopo aver riflettuto sull’argomento per qualche giorno, mi sono resa conto che tutto ciò non mi fa pensare ad altro che all’importanza dell’educazione alla pace, consapevole di non essere di certo l’unica ad evidenziarne il ruolo fondamentale per la vita attuale, ma soprattutto futura, dell’umanità. Credo sia necessario promuovere e diffondere una cultura ispirata ai valori della pace e del dialogo democratico tra i diversi popoli del mondo e tra i membri di una stessa società, per giungere all’integrazione e all’inclusione attraverso la collaborazione, la solidarietà, la tolleranza e la condivisione. Occorre quindi formare alla convivenza nella pace, promuovere lo sviluppo di un pensiero critico, aperto e plurale soprattutto attraverso la valorizzazione delle differenze, creando interesse verso altre culture. Tornando poi all’articolo e soffermandomi in particolare sul ruolo svolto dagli operatori di pace, mi sono chiesta in cosa consistesse concretamente la loro funzione e cercando qua e là su internet ho letto che essi stabiliscono o ristabiliscono la pace con le armi. Così, non ho potuto fare a meno di chiedermi: è giusto armare la pace?

  2. Il problema delle cittadinanze, dei confini dell’altro come alterità, credo sia un dato di fatto che nasce con l’uomo; a noi uomini del XXI secolo la volontà, la capacità, la passionalità nel voler creare unioni per crescere e arricchircisi grazie alla diversità. La pace è un dono che dev’essere custodito al di là delle appartenenze.

  3. Trovo le osservazioni riportate nei commenti molto interessanti ed estremamente stimolanti, spero che vi sia presto l’occasione di ritornare su questi temi e di approfondire questi spunti.

    Molto “illuminante”, in negativo, la conclusione di Teresa Perretta, poco più sopra, quando ci ricorda che “soffermandomi sul ruolo svolto dagli operatori di pace, mi sono chiesta in cosa consistesse concretamente la loro funzione e, cercando qua e là su internet, ho letto che essi stabiliscono o ristabiliscono la pace con le armi. Così, non ho potuto fare a meno di chiedermi: è giusto armare la pace?”.

    Non solo non è giusto ma, purtroppo, ciò che hai trovato su internet corrisponde alla versione “mainstreaming” dell’operatore di pace come pacificatore, spesso con mezzi militari. Il nostro riferimento, come operatori civili di pace, è ben diverso, ed è quello alla gestione e trasformazione, positiva e nonviolenta, dei conflitti.

    Consiglio, tra gli altri, il seguente link: http://www.interventicivilidipace.org.

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